Recessione alle porte? Il 34% degli investitori istituzionali americani ne è convinto

Si tratta della percentuale più alta degli ultimi otto anni in merito ai tradizionali sondaggi sull’arrivo o meno di un uno tsunami economico, di una vera e propria recessione: ben il 34% degli investitori istituzionali lo teme. Parallelamente si sono addensati nuovi minacciosi nuvoloni nel cielo dell’economia globale che stanno minacciando il nostro futuro.

Il timore c’è, non nascondiamoci, ma ci sono anche le speranze di un accordo fra Trump e la Cina sul fronte dazi, che rilancerebbe pesantemente l’economia e magari un eventuale ritocco al ribasso dei tassi di interesse della Fed, ancorata stabilmente sulle proprie posizioni. Se tutto ciò però non dovesse verificarsi le ombre di una eventuale recessione si farebbero sempre più minacciose; infatti, oltre un terzo degli investitori istituzionali statunitensi ha paura che tale fenomeno possa materializzarsi nei prossimi 12 mesi e a dirlo è addirittura la percentuale più alta, in termini di previsione, mai registrata negli ultimi otto anni.

trump-xi-jinping-cina-usa-stati-uniti-dazi-economia-recessione
Donald Trump e Xi Jinping: i presidenti di Stati Uniti e Cina devono trovare un accordo
per il bene dell’economia mondiale. Se così non fosse le conseguenze sarebbero gravi

Che cos’è la recessione in economia

Per recessione si intende una condizione macroeconomica caratterizzata da livelli di attività produttiva (PIL) più bassi di quelli che si potrebbero ottenere usando completamente ed efficacemente tutti i fattori produttivi di cui uno Stato dispone. La “recessione”, si contrappone quindi al concetto di crescita economica.

La prima conseguenza di un’eventuale recessione è un inevitabile aumento della disoccupazione a causa del rallentamento dell’economia dovuto ad una inferiore produttività delle aziende, causata da consumi in calo e dalle conseguenti maggiori difficoltà di accesso al credito. Sintomi delle fasi di recessione possono essere la diminuzione del tasso di crescita della produzione, l’aumento della disoccupazione, la diminuzione del tasso di interesse in seguito alla riduzione della domanda di credito da parte delle imprese, il rallentamento del tasso di inflazione causato dalla diminuzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori.

In caso di recessione un aumento dei tassi di interesse produce un’ulteriore diminuzione della produzione, con conseguente aumento della disoccupazione e dei prezzi al consumo, diminuzione del credito al consumo e il tutto si traduce con diminuzione della domanda di beni e servizi da parte dei consumatori spingendo la recessione verso una vera e propria depressione (come ad esempio la grande depressione del 1873 e la grande depressione del 1929).

recessione-borse-andamenti-mercati
Uno sguardo attento ai dati può mettere in salvo i risparmiatori da un’eventuale recessione

Cos’è accaduto nel mese di agosto

E’ da mesi che le avvisaglie non sono buone, ma come si suol dire, la speranza è l’ultima a morire. Peccato che mercoledì 14 agosto si siano intrecciate ben tre situazioni piuttosto critiche per l’economia mondiale che hanno determinato una vera e propria miscela esplosiva: i dati negativi della Germania, il ritmo di crescita della Cina più basso degli ultimi 17 anni (oltre ai dazi imposti da Trump) e il crollo dei rendimenti del Treasury americani.

Nello specifico, se i tre fattori si fossero manifestati singolarmente gli operatori finanziari, pur subendo qualche “scrollone”, non sarebbero sobbalzati sulla sedia, ma la contemporaneità di tali eventi rischia di provocare un vero e proprio tsunami economico a livello mondiale, con conseguenze gravi per le aziende e per i tanti lavoratori impiegati o in attesa di occupazione. Vediamo di cosa si tratta entrando maggiormente nel dettaglio.

La Germania vicina alla recessione, i dazi cinesi e i tassi Usa che non supportano il momento critico

I numeri della Germania, la locomotiva d’Europa, sono in calo: il Pil del secondo trimestre 2019 ha registrato una riduzione dello 0,1% sul trimestre precedente, registrando un rialzo di appena lo 0,4% su base annua e alimentando quindi i timori di recessione per l’intera zona euro.

Parallelamente, è arrivata negli Stati Uniti la temuta inversione della curva dei tassi di interesse, con il rendimento dei Treasury a 10 anni inferiore a quello dei governativi a due anni: un segnale che, negli ultimi 40 anni, ha preannunciato quasi sempre una recessione nei successivi 12 mesi dell’anno.

Come se non bastasse in Cina, al di là dei dazi imposti da Trump, ora sospesi fino a metà dicembre, ma con lo spettro di altri dazi alla porta, si è appreso che nel mese di luglio la produzione industriale ha registrato il ritmo di crescita più basso degli ultimi 17 anni.

Tre dati macroeconomici che, se affrontati singolarmente, possono permettere all’economia mondiale di reggere l’urto, ma vissuti assieme, possono davvero provocare conseguenze pesanti. Gli stessi investitori, soprattutto quelli istituzionali, che sono coloro che alla fine decidono le sorti dei mercati, hanno ovviamente palesato una accelerazione dell’avversione al rischio, il cosiddetto risk off, condizionando in negativo i principali indici di Borsa che stanno perdendo punti, oltre ovviamente ai rendimenti dei Treasury e dei Bund che stanno scendendo, mentre il valore dell’oro, considerato da sempre il classico “bene rifugio“, sta schizzando ai massimi di sempre.

Il sondaggio di Bank of America

Il polso della situazione ce l’hanno gli investitori che temono una recessione dietro l’angolo. Un altro indizio in quella direzione lo hanno offerto infatti le risposte del sondaggio che Bank of America Merrill Lynch (BofA) ha condotto coinvolgendo 224 investitori istituzionali, quindi dalle casse previdenziali ai fondi sovrani, dai gestori dei fondi pensione, ai comparti assicurativi, dai broker ai private banker, enti e figure che assieme gestiscono un totale di 553 miliardi di dollari.

L’esito di tale sondaggio è stato nefasto: ben il 34% ritiene piuttosto probabile una recessione dell’economia mondiale, non solo quindi statunitense, europea o asiatica nei prossimo didici mesi, indicando, con quel 34% la percentuale previsionale più alta pronunciata negli ultimi otto anni.

Possibilità di acquisto sui bond che saliranno, ma terranno ovviamente rendimenti bassi

Tirando le somme, gli investitori istituzionali, molti dei quali temono una recessione, sono rialzisti sui prezzi delle obbligazioni, tant’è che ben il 43% dei medesimi prevede rendimenti a breve termine sempre più bassi nei prossimi 12 mesi, mentre solo il 9% ipotizza tassi più elevati a lungo termine: va specificato che se i rendimenti scendono i prezzi delle obbligazioni aumentano, perché le due variabili si muovono in modo inversamente proporzionale.

Un grafico positivo in borsa: per ora è così, a parte la recente correzione, ma poi… ?

Le borse hanno corso tanto e di recente hanno stornato, ma acquistare adesso potrebbe essere rischioso

Per quanto riguarda invece il mercato azionario, soffermandoci su quello statunitense, addirittura il 78% degli investitori intervistati, sempre facendo riferimento ai dati emersi dall’analisi di Bank of America Merrill Lynch, considera troppo care le azioni del mercato statunitense, sia l’S&P 500 sia il Nasdaq.

Nel recente passato ci fui l’unica altra volta nella quale tali valutazioni sono state così estreme nello stesso momento, quindi decisamente positive sui bond e negative sulla azioni e stiamo parlando proprio del medesimo periodo di un anno fa, quindi nell’agosto del 2018, poco prima che l’S&P 500 corresse pesantemente gli indici, prima della ripresa di pochi mesi fa.

Il 66% degli investitori considera però improbabile una recessione a breve…

E’ vero che il 34% degli investitori intervistati prevedono una recessione in tempi brevi, così com’è altrettanto vero che il dato del 34% è il più spinto negli ultimi 17 anni, ma è altrettanto vero che il restante 66% degli investitori americani, quindi praticamente due terzi del paniere, sempre in base al sondaggio di BofA, ritiene che una crisi a breve termine non sia contemplata, malgrado la concomitanza dei tre fattori enunciati ad inizio articolo.

Per onor di cronaca, è altrettanto vero che il sondaggio è stato condotto tra il 3 e l’8 agosto. Nel frattempo si sono addensati nuovi minacciosi nuvoloni nel cielo dell’economia globale e la guerra commerciale, i cui impatti sull’economia reale, risultano sempre più evidenti, non fa intravedere alcuno spiraglio positivo, almeno per ora e in tempi relativamente brevi, visto che un eventuale accordo tra Washington e Pechino, tanto bramosamente atteso da mezzo mondo, pare non essere neppure all’orizzonte, mentre alcuni focolai di recessione si stanno moltiplicando anche nelle aree emergenti dall’Argentina, a Hong Kong e purtroppo anche in Germania.

E l’Italia? Aspettiamo di vedere gli effetti della situazione post crisi, ma di governo, non economica, in modo da capire dove andrà a finire il nostro paese, con una finanziaria da inventare e un aumento dell’Iva di 23 milioni di euro da scongiurare.

Commenti

mood_bad
  • Nessun commento ancora.
  • chat
    Aggiungi un commento